Partita iva, costi in aumento ulteriore e aumento tasse nascoste per tutti italiani

Aumentano i costi per la gestione delle partita iva nel 2017, e dagli studi fatti probailmente aumenteranno anche nel 2018. ma nonostante questo c’è stato un aumento del numero di partite iva aperte a circa 8 mila. Dall’altra parte le tasse crescono per tutti anche in modo poco visibile

Partita Iva e maggiori oneri e costi

Quello da poco trascorso non è stato affatto un anno positivo per le partite Iva, alle prese con costi di gestione sempre più elevati. A dare una base scientifica alle percezioni di professionisti e lavoratori autonomi è stata la Fondazione nazionale dei commercialisti, secondo cui l’aumento medio dei costi nel mondo delle partite Iva è stato pari a 514 euro.

Su base annua significa che i costi sono passati da 9.577 euro a 10.091 euro. Nel computo totale, a nulla sarebbe servito il blocco dell’onere contributivo riguardante la gestione separata, se non lo scongiuramento di un ulteriore rialzo.

Il sodalizio fa notare come a incidere non solo solo imposte, tasse e contributi, ma anche la lunga e cangiante liste di oneri fiscali tra comunicazione delle fatture emesse e ricevute, fatturazione elettronica obbligatoria nei rapporti con la pubblica amministrazione, reverse charge, split payment, trasmissione periodica delle liquidazioni Iva

Tasse nascoste nuove o poco citate

 Per le rendite, da quest’anno, dunque, si applicherà l’imposta sostitutiva del 26%. Questo significa che scomparirà la differenza tra partecipazioni qualificate e non con probabili ricadute positive per coloro che passeranno all’incasso di dividendi in quella particolare fascia di reddito che supera oltre i settantacinque mila euro. Rischiano, invece, di essere notevolmente penalizzati i contribuenti che incasseranno dividendi e che si troveranno negli scaglioni di reddito più bassi. Lo stesso accadrà per le plusvalenze relative a partecipazioni qualificate. Uno dei lati positivi che sembra aver convinto i risparmiatori risiede nel fatto che, dopo l’entrata in vigore di questo provvedimento, non esisterà più nessuna differenza tra plusvalenze e le minusvalenze derivanti da partecipazioni qualificate con le minusvalenze e plusvalenze non qualificate.

Provvedimenti ovviamente che nell’ottica di chi li ha proposti dovrebbero consentire un introito positivo che per il 2018 è stato stimato pari a circa 253 milioni circa. Cifra che scenderà a dieci milioni nel 2019 prima che il saldo tra tassazione a Irpef e la nuova imposta sostitutiva assuma il segno negativo per una cifra che dovrebbe superare gli undici milioni di euro. Questo succederà dal dal 2020 in poi.

Per gli strumenti finanziari partecipativi e per i contratti di associazione in partecipazione si fa riferimento al rapporto fra apporto e patrimonio netto dell’emittente o dell’associante. Le novità avranno ripercussioni concrete anche per quel che riguarda l’impatto delle plusvalenze e delle minusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni, oppure altri strumenti finanziari. Le conseguenze di questi nuovi provvedimenti interesseranno sia le persone fisiche residenti, non residenti, le società semplici e gli enti non commerciali residenti in Italia.

E ulteriore tassa occulta da 10 miliardi

C’era una volta un tempo in cui i soldi, se c’erano, venivano lasciati sotto al materasso. Lontani dagli sguardi delle banche, sempre un po’ troppo ballerine quando si tratta di gestire i risparmi degli italiani. Basta vedere cosa succede oggi: al di là degli istituti di credito falliti o quelli nell’occhio del ciclone per qualche operazione spericolata di troppo (sempre con i soldi degli italiani), gli interessi sono garantiti sono intorno allo zero, se non di segno negativo. Ebbene, succede che ancora oggi, la tendenza a custodire i soldi anziché depositarli è dura a morire. Le stime più recenti riferiscono che gli italiani tengano in contanti o sul conto corrente il 31% dei risparmi, circa 1.329 miliardi di euro. E che, particolare di primissimo piano, nel solo anno appena trascorso hanno pagato una tassa occulta di oltre 10 miliardi di euro in termini di perdita di potere d’acquisto.

Sul risparmio degli italiani pesa allora una tassa occulta da oltre 10 miliardi di euro. A pesare è l’effetto inflazione su 1.329 miliardi di euro bloccati sui conti correnti o lasciati liquidi. Vista anche da un’altra angolazione, risulta non efficiente la gestione del 31% delle risorse. Insomma, cautela ed effetto inflazione creano un mix deleterio all’insaputa degli stessi risparmiatori. E c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare: la perdita della voglia di investire. Anche in questo caso è possibile fare riferimento ad alcuni numeri ben precisi che rendono l’idea di cosa sta accadendo in Italia, ben oltre le facili e fallaci supposizioni. Sono stati investiti direttamente 55 miliardi di euro in titoli italiani e 69 miliardi di euro in quelli esteri. Tanto o poco? Rappresentano il 3% della ricchezza.

Non solo si registra la perdita del treno delle Borse, ma anche la fuga dal mercato obbligazionario con la riduzione dell’esposizione in bond: dai 410 miliardi di euro investiti a fine 2015, oggi si è scesi a 334,5 miliardi di euro. Non c’è dubbio che gli stessi istituti di credito abbiano messo il loro zampino nella creazione di questo trend, ma si tratta della fotografia più aggiornata della situazione nazionale dalla quale non si può prescindere in sede di analisi e contromisure. A conti fatti, il risparmio nazionale è un tesoro distribuito male ma comunque pari a 4.228 miliardi di euro al netto degli immobili. La situazione è di fatto congelata perché, come spiegano gli esperti, i dati mostrano che le disponibilità finanziarie delle aziende e delle famiglie italiane sono bloccate. Significa che se i cittadini accumulano per timore di nuove tasse, le imprese non investono perché non hanno fiducia nel futuro.

La fotografia del risparmio italiano e delle consistenze parla chiaro:

  1. Riserve assicurative e garanzie standard 986,1 miliardi di euro
  2. Azioni e altre partecipazioni 963,3 miliardi di euro
  3. Biglietti, monete e depositi a vista 873,3 miliardi di euro
  4. Quote di fondi comuni 494,1 miliardi di euro
  5. Altri depositi 456,5 miliardi di euro
  6. Titoli a medio lungo termine 334,5 miliardi di euro
  7. Altri conti attivi e passivi 102,5 miliardi di euro
  8. Prestiti a breve termine 14,3 miliardi di euro
  9. Titoli a breve termine 3,4 miliardi di euro
  10. Derivati e stock option di dipendenti 0,8 miliardi di euro
    Prestiti a medio lungo termine 0

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